La
presenza di opere d’arte figurativa nell’ambito territoriale
piemontese sono molte e facilmente reperibili lungo i percorsi viari maggiormente
coinvolti dal passaggio di mercanti e viandanti, di ogni estrazione sociale,
oltre che da pellegrini intenti a portarsi ad loca sancta, come
ebbe a dire e a sollecitare sant’Eusebio nel rivolgersi al popolo
vercellese dal suo esilio in Scitopoli. Percorsi viari dovuti alla civiltà
romana, artefice e realizzatrice di un assetto viario efficiente e indistruttibile
(voluto, purtroppo, non solo come opera di pace) esteso fino ai confini
del suo vasto dominio ai limiti dell’attuale Europa e oltre. <
L’efficienza era tale da consentire ad un inviato del Senato di
Roma di annunciare a Galba l’avvenuta morte di Nerone: il tempo
per raggiungere la meta fu solamente di trentasei ore per coprire 500
chilometri. > [1]
Roma gestì una rete viaria di circa centomila chilometri. Ogni
chilometro era segnato da un cippo che indicava le distanza dalla città
più vicina. Ogni trenta chilometri c’erano delle mansiones,
corrispondenti a circa una giornata di viaggio, e, tra una mansio
e l’altra, circa cinque mutationes dove si poteva essere
ospitati ed eventualmente fruire del cambio di cavalli. Sarà proprio
su questi luoghi che sovente si formarono stanziali agglomerati abitativi
giunti sino a noi. Ora, in età augustea (fine I sec. a.C./70 d.C.)
Vercellae veniva già a trovarsi nell’importante
condizione di città epicentrica del nord-ovest, assegnata alla
XI Regio Transpadana, con un ruolo non inferiore a Mediolanum
o ad Augusta Taurinorum, anzi, ancor più, poiché
su di essa giungevano gli assi viari ultramontani del Grande e Piccolo
San Bernardo.
Su Vercelli convergevano e divergevano le grandi vie consolari. Dal nord-est
la Postumia, che a Verona si sdoppiava su due tracciati, comunque
convergenti su Vercelli: uno toccava Brixia, Bergomum, Milano,
Novaria; l’altro verso Cremona, Placentia, Ticinum
(divenuta Papia nel VII sec.), Laumellum. Dall’Italia
centro-meridionale giungeva in Piemonte la via Aemilia (alla
quale s’univano la Cassia e la Clodia) e da Piacenza
la Postumia; oltre all’Aurelia che da Genova si
portava a Dertona e, da qui, a Lomello.
Dall’Oltralpe si aprivano i valichi del Mons Matrona, Mons Cinisius
e dei Colli del Grande e Piccolo San Bernardo. Da questi colli, per giungere
a Vercelli (per ora citando solo i centri più significativi), si
transitava da Augusta Praetoria (fondata nel 25 a.C. dal Console
Aulo Terenzio Varrone come colonia di pretoriani), Eporedia (toponimo
latinizzato dalla lingua celtica: epo/cavallo, reda/carro
a quattro ruote), Vicus viae longe (ribattezzata successivamente
Sancta Agata per volere di Teodolinda a seguito della conversione
al cristianesimo), quindi Vercelli.
Mentre, provenendo dal Moncenisio e dal Monginevro, si toccavano Julia
Taurinorum (Cesare) rinominata Julia Augusta Taurinorum
(Ottaviano), Clevasius, da qui si dipartivano due itinerari convergenti
su Vercelli: il primo toccava Crescentus, Palaciolo
(o Palatiolo), Tritino (già Rigomagus),
Deciana o Dexana; il secondo, Salucla, Liburnus,
Blandius e da qui, ossia Bianzè, due opportunità per
giungere nella nostra città: Viancino, Cascine Stra, oppure Torenciano
e Sancto Germano: toponimo dovuto alla memoria del santo di Auxerre
(c. 378/448, Ravenna) che passò da Vercelli nel 425 durante uno
dei suoi viaggi di predicazione.
Tra
i percorsi citati rimane specificatamente francigeno quello proveniente
dal Gran S. Bernardo e diretto verso Lomello e Pavia, quindi il percorso
praticato dall’abate Sigerico, intorno all’anno 990, nel suo
viaggio di andata e ritorno a Roma.
Prendiamo allora
in considerazione i luoghi che più possono essere interessanti
per motivi di presenze d’arte o di promozione sociale nella organizzazione
ospitaliera riservata in particolare ai pellegrini.
Al Colle del Gran
S. Bernardo (il Mons Iovis romano), luogo d’elezione sulla
strada consolare delle Gallie, e sede di “mansiones”,
fin dal V sec. si era installata una presenza benedettina. Poi, poco dopo
l’anno 1000 (1035/1050), sorse quel luogo di ospitalità assai
organizzato dovuto a S. Bernardo di Mentone o d’Aosta (Novara,+1081),
organizzazione confermatasi fino ai nostri giorni, anzi i canonici regolari
di S. Agostino, che gestiscono l’attuale edificio, costruito nel
1821, offrono ancor oggi ospitalità gratuita ai bisognosi, e costituiscono
un lodevole volontario presidio in un luogo che è innevato per
ben nove mesi all’anno con temperature veramente da brividi.
Da qui inizia la via ricordata come “via publica domini comitis”,
in memoria dei signori di Savoia, che si conclude a Roma.
Volendo seguire l’antica
strada romana, ancora percorribile, in due ore e mezza si giunge, con
un balzo dal Colle di circa 860 metri, a Saint-Rhémy-en-Bosses,
sede di una submansione: luogo che è memoria di san Remigio
(c.438/c.530) vescovo di Reims, colui che convertì Clodoveo, conversione
culminata solennemente con il suo battesimo nel Natale del 496.
Etroubles: conserva ancora l’antico
nucleo abitativo che offriva una ospitalità organizzata dopo quella
fruita al Gran S. Bernardo.
Gignod: ha una Parrocchiale che custodisce
un interessante ciclo d’affreschi del ‘400 con diverse tematiche
e dotata di uno dei campanili più belli della Valle. La chiesa
é intitolata a S. Ilario di Poitiers (c. 315/ c. 367) strenuo difensore
dell’ortodossia nel contrasto ariano e autore di vari scritti d’esegesi.
Quindi si è
ad Aosta fondata sul modello dei castra
romani, alla confluenza del torrente Buthier nella Dora Baltea. Le vestigia
romane sono la testimonianza della grande organizzazione urbanistica e
celebrativa romana: l’Arco d’Augusto, la Porta Pretoria, i
resti del Foro, il criptoportico, il teatro, l’anfiteatro, le mura,
il ponte sul Buthier, sono edifici affascinanti e di notevole impatto
visivo.
E poi la Cattedrale, dedicata all’Assunta, che risale all’epoca
del grande vescovo Anselmo (Aosta, 1033/Canterbury, 1109), colui che formulò
la prova ontologica dell’esistenza di Dio. Cattedrale costruita
su una preesistente chiesa paleocristiana. Purtroppo l’attuale edificio
subì rifacimenti giunti fino al XVI sec. e la facciata è
ormai ottocentesca (1848). Nel sottotetto, al di sopra delle volte, sono
visitabili dipinti romanici notevolissimi, databili all’XI sec.
L’atrio antistante possiede affreschi (1520/1530) che sono riconducibili
alla scuola di Giovanni Martino Spanzotti e, per alcuni studiosi, riferibili
stilisticamente al nostro Gaudenzio Ferrari. Eccezionali i mosaici policromi
pavimentali nello spazio del presbiterio (XII sec.) con la rappresentazione
allegorica dell’anno solare circondato dai simboli dei dodici mesi
e i quattro fiumi del Paradiso Terrestre. Prestigioso è poi il
Museo del Tesoro della Cattedrale con il famoso < dittico d’avorio,
del 406, offerto da quell’Anicio Petronio Probo, famulus v(ir)
c(larissimus) c(onsul) ord(inarius), al D(omino) n(ostro) Honorio semper
Aug(usto); il monumento tombale, presunto, ma non corrispondente
cronologicamente, del conte Tommaso II di Savoia, steso in arme sul sepolcro
con scudo dominato dall’aquila, il motto FERT e il leone con il
collare ornato dalla croce sabauda. Infine il messale con, tra altre immagini
e miniature, una delicatissima Crocifissione dipinta da Giacomo Jaquerio.
E, ancora, la Collegiata di S. Orso fondata nel V sec., anch’essa
con un ciclo d’affreschi dell’XI sec. e, presso il Priorato,
l’affresco del 1470 dedicato a Giorgio di Challant. Ma la cosa più
esaltante in S. Orso è il chiostro, unico esempio in tutta l’Italia
Settentrionale, con i suoi capitelli che illustrano storie dell’Antico
e Nuovo Testamento, ma anche temi profani, come la favola della volpe
e della cicogna o figure tipiche dell’immaginario medievale. In
uno dei capitelli si legge la data (1133, ma sarebbe il 1132 per noi)
accompagnata dalla scritta … in hoc claustro regularis vita
incepte est.
Simpatica e preziosa, definita dal Viale “bellissima”, è
la statuetta argentea del santo titolare Orso che ha sulla spalla sinistra
un uccellino, la cui presenza è giustificata nella Vita Sancti
Ursi che narra: “Il Beatissimo Orso aveva acquistato un campo
di grano e ne lasciava la messe agli uccelli, secondo quanto insegna il
Vangelo: “guardate gli uccelli del cielo, che non seminano e
non mietono” e Dio li nutre…e gli uccelli riconoscenti,
quasi non fossero creature selvatiche, domesticamente si posavano sul
capo e sulle mani di lui”.
Per le raccolte del Museo archeologico cito solamente il magnifico e noto
balteo bronzeo (forse modellato e fuso ad Industria) con figure di lotta
tra romani e barbari, databile ai tempi di Marco Aurelio (161 / 180 d.C.).
> [2]
Ad Aosta era presente una struttura d’accoglienza gestita dagli
hospitalieri di S. Giovanni di Gerusalemme.
Intanto
la strada, in tutta la valle, continua a seguire il corso della Dora Baltea.
Saint-Christophe. Ha una Parrocchiale d’impianto
romanico (XII sec.) con un possente campanile. Presso la chiesa sorgeva
un lebbrosario che fu attivo fino al 1425.
Saint-Marcel. Aveva
un legame diretto con l’agro vercellese: per un attivissimo commercio
delle macine da mulino.
Saint-Vincent. La cui notorietà ebbe
inizio nel 1770 quando l’abate, Jean-Baptiste Perret, scoprì
una sorgente d’acqua minerale con qualità salutari. Ma già
in età romana (II / III sec.) era nota un’acqua termale che
si esaurì nel V sec.
Montjovet, con un presidio di ospitalità
a cura dei Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme, ancora riconoscibile,
come edificio, in una casa colonica.
Verrès. Centro storicamente modesto
(al di là del tetragono castello degli Challant del 1360), ma di
probabile interesse viario per essere indicato sulla Tabula Peutingeriana.
Entrati nella gola di Bard, si è dominati
dall’imponenza del forte ricostruito nel 1830. Bard, “inexpugnabile
oppidum”, veniva a trovarsi sul confine tra il regno di Borgogna
e quello italico, per cui, mercanti e viandanti pagavano un pedaggio.
Mentre i pellegrini, liberi da balzelli, potevano anche fruire di due
centri di ospitalità.
Prima di entrare
in Pont-Saint-Martin si può tranquillamente percorrere un tratto
autentico e immutato della via consolare romana (I sec. a.C.) realizzata
tagliando un costone roccioso lungo 222 metri, con una sezione trasversale
della carreggiata di 4,76 metri, carreggiata che è in viva roccia
(senza il basolato consueto costituito da basoli poligonali), solcata
da profonde tracce dovute al logorio delle ruote dei carri. Su questo
tronco di strada si è ricavato un arco, sempre nella viva roccia,
che ebbe funzione di porta d’ingresso all’agglomerato abitativo
medievale. Il transito su questo manufatto è stato frequentato
fino alla metà dell’800.
Pont-Sanit-Martin è custode di un’opera
d’arte architettonica d’eccellenza, risalente al I sec. a.C.,
il ponte romano sul torrente Lys; ha una luce di 30 metri e un piano stradale
di 4,65.
Prima di entrare in Ivrea, Settimo Vittone
merita di essere ricordato e visitato per il complesso edificio alto-medievale
di S. Lorenzo, costituito dalla chiesa e dal battistero, oggi tutelato
e gestito dal FAI.
Siamo ad Ivrea,
ricca di storia e veramente bella (non perché l’abbia detto
Carducci nella sua ode “Piemonte”). Città vincolata
alla diocesi di Vercelli fino al VII sec., poi divenuta sede vescovile
autonoma.
La Cattedrale, dedicata alla Vergine, risale al IV sec., ma venne ricostruita
intorno al Mille. Vista esternamente si vedono un possente tiburio e due
campanili a base quadrata, posti ai lati del presbiterio, disposizione
originale e abbastanza inconsueta. Purtroppo a metà ‘800
subì un prolungamento della facciata che ne ha snaturato l’armonia
romanica. Un interessante mosaico pavimentale, originariamente ubicato
nel presbiterio, è stato trasferito presso il Seminario. Mosaico
che ha analogie riferibili alla Cattedrale d’Aosta, al duomo di
Casale e alla nostra distrutta basilica di S. Maria Maggiore.
Notevolissima opera pittorica è presente nella chiesa francescana
di S. Bernardino, dovuta a Giovanni Martino Spanzotti, che raccontò
la Vita e la Passione di Cristo (discussa è la data
dell’opera che viene comunque collocata tra la fine del ‘400
e il primo decennio del ‘500).
Inoltre, un riferimento di pellegrinaggio è dovuto al vicino colle
del Monte Stella dove sorge l’antica cappella dei Tre Re, con affreschi
influenzati dalla presenza dello Spanzotti ad Ivrea, cappella corredata
di un presepe ligneo policromo, oggi depositato nel Museo Civico Garda
ricco, tra l’altro, di testimonianze romane.
Ad Ivrea vi erano due ospizi: uno gerosolimitano, l’altro curato
dai Templari; ed era un luogo di grande transito, sia di pellegrini come
di mercanti, entrambi di varia nazionalità, come testimonia un
documento che cita il passaggio di “Francigeni, Burgundi, Lombardi,
quilibet (qualsiasi) de Anglia, et de Scocia et quilibet qui sit de Engleterra,
quilibet de Colonia”.
Nel costeggiare il
lago di Viverone, su entrambe le sponde, si toccano Roppolo e Cavaglià
dove sorgeva un luogo di accoglienza intitolato a S. Tommaso. Appena usciti
da Cavaglià, a sinistra presso il camposanto, campeggia il santuario
secentesco di S. Maria di Babilone dove è custodito un bassorilievo
policromo, del tardo ‘200, con l’Adorazione dei Magi, indizio
di una devozione peregrinante da mettere in relazione con la chiesetta
dei Tre Re del Monte Stella ad Ivrea.
Ed eccoci a Santhià
provvista di diverse strutture d’accoglienza: < quella di S.
Giacomo (dipendente dall’antica abbazia della Bessa), un’altra
gestita dall’Ordine dei Cavalieri di Gerusalemme e, ancora, di S.
Bernardo e del Santo Salvatore. > [3]
La quantità ospitaliera santhiatese è testimonianza di una
elevata frequenza di viandanti.
Edificio di rilevanza architettonica è la chiesa parrocchiale risalente
al X sec., ma rimaneggiata nel ‘500 e ricostruita nel 1836 in stile
neoclassico dall’architetto Giuseppe Talucchi. D’epoca medievale
sono rimasti il campanile e la cripta dedicata a S. Stefano da non trascurare
per una visita. In questa chiesa, all’inizio della navata a sinistra,
vi è una delle opere più note di Gerolamo Giovenone: un
polittico su due registri e dieci scomparti con la Madonna e il Bambino
e i santi Lucia, Stefano, Agata, Ambrogio, Rocco (in abito da pellegrino
con bordone, cappello e distintivo delle chiavi incrociate), l’arcangelo
Michele, Giovanni Battista e S. Sebastiano. Santa Caterina d’Alessandria
è andata perduta a causa di un furto.
< Tra San Germano, del quale s’è
fatto cenno, e la località Cascine Stra, vi è la cascina
Cadè (Domus Dei), casa ospitaliera…collegata
all’abbazia francese di Saint-Foy-de-Conques, mediante il priorato
di Santa Fede di Cavagnolo (presso Crescentino)…nata
per l’assistenza ai pellegrini italiani diretti a Santiago de Compostela.
> [3]
Da Cascine
di Stra, intitolata a S. Giacomo e retta dai Canonici Mortariensi,
prima di entrare in Vercelli, si passava presso ciò che rimane
della cascina San Bartolomeo sede di un hospitale.
In Vercelli <
Fin dal 1115 si ha notizia di un hospitale Sancti Eusebii, annesso
con ogni probabilità all’ordine canonicale della Cattedrale.
> [3] Al XII sec. (1162) apparteneva pure < l’hospitale
Scotorum dedicato a S. Brigida (protettrice della Scozia), istituito
per l’accoglienza dei pellegrini provenienti dalle isole britanniche.
> [3] Mentre l’Ospedale detto del Fasano, dal nome del fondatore
Faxana de Simone, accoglieva i pellegrini francofoni. Nel 1223, per la
lungimiranza del cardinale Guala Bicchieri, veniva fondato, accanto all’abbazia
di S. Andrea, uno xenodochium che, 23 anni più tardi, si trasformerà
in nosocomium, quindi, non più luogo di esclusiva ospitalità,
ma luogo di cura e di assistenza medica per chi ne aveva bisogno. A Vercelli
erano anche attivi gli ospedali del Santo Sepolcro, di S. Leonardo, di
S. Anna (divenuto nel 1474 sede di confraternita), del Carmine, di S.
Lorenzo, di S. Lazzaro (per gli eventuali lebbrosi) e di S. Maria della
Carità o di Fra Marco.
Inoltre, nella nostra città, erano presenti una domus
templare in S. Giacomo d’Albareto (la presenza dei Templari a Vercelli
potrebbe risalire al 1145) (l’Ordine Templare venne
sciolto da Clemente V nel 1312, ma già nel XII sec. erano stati
cacciati dalla Sicilia per ordine di Federico II) e un altro ospizio
governato dall’Ordine Mortariense, ed infine quello di S. Graziano,
ubicato dove, nel 1754, venne costruito il complesso, quale sede delle
Clarisse, su progetto di Bernardo Vittone.
< L’ordine Mortariense è stato particolarmente
attivo e rigoroso nelle opere di pietà, al pari di altre istituzioni
religiose come quelle dei Crociferi e dei Betlemiti. >
[4]
Scendiamo ora dal
Moncenisio. Primo luogo d’incontro è l’abbazia benedettina
di Novalesa fondata nel 726: purtroppo distrutta
dai Saraceni nel 906 e, dopo un lungo abbandono, ricostruita e riportata
alla sua dignità religiosa. Dal 1973 è stata riaffidata
ai Benedettini che vi hanno organizzato un laboratorio d’alto livello
scientifico per il restauro dei libri.
Accanto all’abbazia sorgono quattro cappelle, delle quali la più
nota è quella dedicata a S. Eldrado che dell’abbazia fu abate
dall’822 all’840. La notorietà è dovuta ad un
complesso ciclo d’affreschi (XII sec.) tra i quali è presente
la vestizione di Eldrado, prima di intraprendere un suo pellegrinaggio,
consegnandogli la pellegrina (o sanrocchino o schiavina)
e la bisaccia.
Susa: la romana Segusium (a partire
dal 63 d.C.), dove confluiscono le vie del Moncenisio e del Monginevro
e dove, dal 906, fu occupata per cinquant’anni dai Saraceni
Testimonianze considerevoli romane sono offerte dalla cosiddetta Porta
Savoia, accanto alla quale si edificò la Cattedrale (dedicata ai
santi Giusto e Mauro) nella prima metà dell’XI sec., ma con
strutture preesistenti come il battistero (IX sec.). Nella Cattedrale
è collocata una bella natività di Defendente Ferrari. Sempre
monumenti romani sono i resti dell’anfiteatro e, soprattutto, l’arco
eretto per volere del prefetto Cozio I in onore di Augusto (9/8 a.C.);
alla sommità dell’arco sono stati scolpiti due bassorilievi
che rappresentano rispettivamente il patto d’alleanza tra Augusto
e il popolo segusino e il rito sacrificale detto “su/ve/taurilia”:
ossia il sacrificio di una scrofa, di una pecora e di un toro.
A Susa sorgevano < una domus helemosinaria (1170), una mansio
templare (1185), un ospedale retto dagli Antoniti (1188), e una casa dei
Cavalieri di S. Giovanni di Gerusalemme. A tutti veniva garantito “panis
et aqua et coquina et eciam carnes tribus diebus septimana et lecti secundum
possibilitatem hospitalis”. > [3]
A Bussoleno,
da Susa raggiungibile evitando la strada statale, sulla facciata di quella
che fu una locanda medievale, sono ancora visibili le tracce di dipinti
con i gigli di Francia e il leone inglese, oltre ai resti di un hospitale
trecentesco. [5]
Proseguendo il nostro cammino non mancano altre tracce (San Giorgio, San
Didero, Borgone di Susa) rivelatrici del passaggio di pellegrini, quindi
si avvista il monastero-fortezza della Sacra di San
Michele (962 m.s.l.m.).
Costruzione imponente, “multistrati”, affascinante, fiabesca.
Fondata intorno al 985 (da Ugo di Montboisser) per farne un centro benedettino.
Già ci stupisce la presenza di quella porta dello Zodiaco, con
le storie di Sansone e Abele ed altre figure dell’immaginario medievale,
dovute a Nicolò (1120 c.) che sarà poi operoso a Piacenza,
Verona e Ferrara.
La chiesa superiore, che lascia affiorare dal pavimento la cima rocciosa
del monte Pirchiriano sulla quale fu costruita, è tutta da visitare
e osservare per le imponenti strutture e la dovizia di opere pittoriche.
Già è intrigante l’altare ricavato da un’ara
pagana; poi ci sono da considerare, con particolare attenzione, due opere
di Defendente Ferrari: la “Madonna col Bambino e i santi Michele
e Lorenzo” e un magnifico trittico.
Avigliana con l’ospedale di S. Martino.
La chiesa romanico-gotica di San Giovanni (1280/1320) è, sotto
l’aspetto pittorico una prestigiosa “galleria” dedicata
a Defendente con tre sue opere autentiche e altre tre presunte o con aiuti;
oltre una “S. Orsola e compagne” tavola del nostro Gerolamo
Giovenone. < Curiosa notizia relativa ad Avigliana (desunta
dalla guida “Piemonte” del T.C.I.) è la recente
presenza del costituito Ecomuseo del Dinamitificio Nobel, fondato nel
1872 e attivo fino al 1965, dove, quando già non era più
un dinamitificio, ma Duco-Montecatini, lavorò, tornato dal campo
di concentramento, il chimico Primo Levi che, proprio durante le pause
di lavoro, scrisse “Se questo è un uomo”. >
[6]
S. Antonio di Ranverso. Sede principe degli
Antoniti ordine monastico promosso da S. Antonio abate.
La chiesa abbaziale è tutta ricoperta di affreschi con un massiccio
intervento di Giacomo Jaquerio e qualche suo collaboratore. Notevolissima,
e tutta di Jaquerio, è la “Salita al Calvario”, e altrettanto
notevole il polittico di Defendente Ferrari (1531), con aiuti, voluto
per voto fatto da Moncalieri onde scongiurare una pestilenza. Presso la
chiesa è superstite, e in ottimo stato, la facciata di quello che
fu l’annesso ospedale dove veniva curato il “fuoco sacro”
(ignis sacer), ossia l’erpes zoster oltre all’erisipela,
ma si assistevano anche coloro che avevano contratto l’ergotismo
cancrenoso dovuto ad ingestione di segale cornuta, ossia quella segale
infestata da un fungo che assumeva nella cariosside una conformazione
a sperone (ergot in francese). Quest’ultima malattia, che assumeva
anche gravità epidemiche, era causata da quel fungo velenoso nel
quale vi era la presenza di ergotamina, un vasocostrittore che provocava
il restringersi dei vasi sanguigni portando alla cancrena. Inoltre (ma
è cosa scoperta solamente circa cinquant’anni fa)
questo fungo conteneva acido lisergico che provoca allucinazioni, come
furono registrate senza conoscerne la causa.
Divertente può essere la derivazione del toponimo “Ranverso”
dovuto alla caratteristica del luogo circondato da un corso d’acqua
detto nella parte a mezzogiorno, con voce dialettale, “indrit”
e a mezzanotte “invers”, che nel suo scorrere in
un ansa semicircolare sembrava che l’acqua fluisse in senso contrario,
da cui il toponimo “Ranverso”.
E siamo a Torino.
Considero Augusta Taurinorum solamente sotto l’aspetto
dell’impianto d’età augustea delimitato dalle mura
con le quattro porte corrispondenti al Cardo e al Decumano
dove sul Decumano, verso nord-est, si apriva la Porta principalis
sinistra, ossia Porta Palatina, da dove iniziava la strada che conduce
a Vercelli.
Quindi da Torino, attraverso Settimo Torinese si giunge a Chivasso e da
qui, come già detto, due possibilità di percorso: una portava
a Crescentino, Palazzolo, Trino e Desana; l’altra, sempre da Chivasso,
a Saluggia, Livorno, Bianzè e, da Bianzè, altre due opportunità
viarie: Viancino, Cascine Stra, oppure Tronzano, San Germano per essere
ancora a Cascine Stra. Località, quest’ultime, apparentemente
meno storicizzate, ma sicuramente non prive d’interesse. Qualcuno
già si è attivato lodevolmente per scoprire la storia del
suo grande o piccolo paese e, addirittura, per offrire ospitalità
ai pellegrini: mi riferisco a Lamporo, località nel cuore delle
Grange.
Al riguardo voglio ricordare che la nostra recente Associazione Amici
della Via Francigena ha tracciato in modo capillare un percorso, da Santhià
a Vercelli, che evita al massimo il passaggio sulla strada statale n.11.
Chivasso.
Patria di Defendente Ferrari del quale è conservata nel Duomo una
sua opera giovanile con la rappresentazione della “Deposizione dalla
croce”. Inoltre, sempre in Duomo, vi è un gruppo plastico
di terracotta policroma con il “Compianto su Cristo morto”,
opera considerevole della fine del ‘400.
Molto interessante è comunque la facciata in cotto con imponente
portale a ghimberga, rosone e gran ricchezza di figure e decorazioni.
Crescentino. Fu borgo franco di Vercelli
(1242). La sua parrocchiale, dedicata all’Assunta, possiede tele
del Moncalvo e del Beaumont.
Nella chiesa di S. Bernardino una tela con la scena della “Circoncisione”
del Caravoglia (1667), è stata recentissimamente restaurata e storicizzata.
Presso il santuario della Madonna del Palazzo si ha la curiosità
di quel campanile straordinariamente spostato dal capomastro Crescentino
Serra.
E poi San Grisante con la sua chiesa corredata
dal campanile più alto della Diocesi vercellese. E, ancora, San
Genuario: prima fondazione benedettina (707) nell’ambito
dell’agro che vedrà sorgere le nostre Grange.
Palazzolo.
Fontanetto Po: la cui parrocchiale è
stata probabilmente progettata da Guglielmo da Volpiano; e la chiesa di
S. Sebastiano: struttura medievale con affreschi degli inizi del XV sec.
Trino. La Basilica di S. Maria in Insula,
l’importante e poco noto Museo Irico, la parrocchiale di S. Bartolomeo
con decorose opere del Guala e del Giovenone.
Desana.
Ripartiamo da Chivasso.
Si passa da Torrazza Piemone, Livorno Ferraris e, poco distante, Santa
Maria d’Isana, submansio della domus
templare di S. Giacomo d’Albareto a Vercelli, e unico edificio templare
del Piemonte che abbia conservato le strutture del XII sec.
Bianzè. Nella parrocchiale di S. Eusebio
vi sono quattro opere di Defendente Ferrari con le figure dei Santi Agata,
Apollonia, Gottardo e Martino, che potrebbero essere le ante di quel grande
polittico, detto di Bianzè, che campeggia nel Salone del Museo
Borgogna, < riconosciuto come uno dei più alti raggiungimenti
dell’arte piemontese rinascimentale > [7]
Da Bianzè, si è già detto, si giungeva a Vercelli
da due vie diverse.
Però vorrei andare oltre Vercelli per almeno ricordare tre località
francigene di notevole spessore storico e d’arte:
Robbio, con il piccolo gioiello della chiesa
di S. Pietro (XIII sec.) e la finalmente recuperata chiesa di San Valeriano;
e Mortara, con la chiesa di Santa Croce risalente
al 1080, ed infine, presso Mortasa, l’Abbazia
di sant’Albino: tutta da scoprire per arte, storia, leggende.
Per chi non ha avuto occasione di visitarla sarà sicuramente una
gradita sorpresa.
Mario Guilla, aprile
2008
[1]
I. Montanelli. Storia d’Italia. Milano, 1974
(ritorno)
[2] V. Viale, M. Viale Ferrero. Aosta romana e medievale.
Torino, 1966 (ritorno)
[3] R. Stopani. Guida ai percorsi della Via Francigena
in Piemone e Valle d’Aosta. Firenze, 1998
(ritorno)
[4] R. Stopani. La via Francigena in Lombardia. Poggibonsi,
1998 (ritorno)
[5] Oliveti, Foschi, Moretti. La Via Francigena. Arese,
(MI), 1995 (ritorno)
[6] Piemonte, TCI. Piemonte. Pioltello
(MI), 2005 (ritorno)
[7] C. Lacchia, A. Schiavi. Museo Borgogna, storia e collezioni.
Cologno Monzese, (MI), 2001 (ritorno)
Torino e Valle d’Aosta
- TCI. Pioltello (MI), 2005
Piemonte - TCI. Pioltello, (MI), 2005
|